L’Orsigna, sulle orme di Terzani


Valle Orsigna

Orsigna è un piccolo borgo di circa 80 anime incastonato tra le montagne dell’Appennino Pistoiese, al confine con l’Emilia. Il nome trae origine dal fiume che lo attraversa e forma la splendida vallata, che nel periodo autunnale si tinge delle tipiche calde tonalità cromatiche.


Paesaggio che sembra prender forma grazie alla mano di un pittore, variopinto come i più famosi quadri impressionisti.


Una vallata dove il tempo sembra essersi fermato, lontano da tutto ma più vicino all’universo, luogo prediletto del noto giornalista e scrittore fiorentino Tiziano Terzani, che in questi luoghi ritrovò la serenità e la forza per affrontare l’ultima parte della sua vita, quella legata alla malattia.

Ha vissuto gli strazi della guerra, esplorato terre lontane, lottato per ideali di pace e uguaglianza, in costante cammino alla ricerca della conoscenza; nei mistici boschi dell’Orsigna tornava a essere quel viandante  in cerca della verità, di una verità più profonda però, quella che si cela dentro l’anima.

« Torno sempre anch’io e sempre più mi domando se dopo tanta strada fatta in cerca d’un senso all’insensata cosa che è la vita, questa valle non sia dopotutto il posto più altro e più sensato; e se, dopo tante avventure tanti amori per il Vietnam, la Cina, il Giappone e ora l’India, l’Orsigna non sia – se ho fortuna – il mio vero ultimo amor. »

così Giancarlo Zampini scriveva nella sua opera Tiziano Terzani: l’ Orsigna ultimo amore, Lalli, 2009.

L’area è ricoperta da estesi castagneti da frutto, tanto che la lavorazione della castagna ha rappresentato un’importante attività per le popolazioni di questa zona insieme al taglio del legname e la pastorizia. Anticamente la fonte principale di sostentamento era rappresentata dalla castagna, ha un alto contenuto di carboidrati, è un alimento molto indicato per  dare un senso di sazietà e simile al riso e al frumento da un punto di vista nutrizionale, tanto da essere soprannominata “il cereale che cresce sull’albero”. Diverse sono le testimonianze delle attività legate alla castagna presenti nell’area: edifici ristrutturati dalla cooperativa Val d’Orsigna come il metato, dove avveniva l’essiccazione delle castagne, e  il Molino di Giamba realizzato nel 1820 e costituito da due grandi ruote orizzontali azionate dalle acque del torrente Orsigna. Entrambe situati vicino al Molino di Berto, ben visibile dalla strada e ad oggi adibito a ristorante, e facenti parte dell’ itinerario alla scoperta della vita quotidiana appenninica dell’Ecomuseo della Montagna Pistoiese, visitabile tutto l’anno su prenotazione.

Continuando a salire di quota il castagno viene sostituito dal faggio che va a formare splendide foreste, fra le più belle di tutto l’Appennino, che ricoprono i versanti dei monti che per poco non raggiungono i 2000 metri di quota; ambienti ideali dove effettuare trekking e ciaspolate nel periodo invernale.

⇒ Ad esempio, proseguendo poco oltre il ristorante Molino di Berto si incrocia uno degli accessi del sentiero n° 5 del CAI; altro non è che la vecchia strada medievale che veniva percorsa per valicare l’Appennino.

Dal Duecento fino al Settecento è stata proprio la principale via di comunicazione fra il territorio di Pistoia e quello di Bologna, a cavallo della catena montuosa che costituisce spartiacque naturale tra la due province e fu area doganale ai tempi del Granducato di Toscana, frequentata da pellegrini, viandanti, pastori, carbonai e animata dalle scorribande dei briganti che cercavano di eludere i controlli della dogana.

L’itinerario porta sul crinale al confine con il bolognese,  fino a raggiungere il Rifugio Portafranca con un bel panorama sulle vallate. Priva di difficoltà tecniche è adatta a chiunque, sebbene sia opportuno avere un po’ di preparazione fisica considerando il dislivello in salita.

Dirigendosi invece in località Case Cucciani, è possibile percorrere un breve tratto di sentiero immerso in una bellissima faggeta e visitare L’albero con gli Occhi di Terzani: un enorme ciliegio posto su una sommità dove il giornalista amava meditare, sul cui tronco vi incollò degli occhi di plastica per far capire al nipotino che anche gli alberi sono esseri viventi e in quanto tali debbono ricevere amore  e rispetto.

Un luogo intimo, pervaso da quell’atmosfera mistica cara allo scrittore, dove lo sguardo può spingersi libero sulla vallata e sul resto del mondo.

 

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