E tu sai viaggiare?


Viaggiare. A tutti piace, pochi lo sanno fare. Appunti-spunti di riflessione, domande e forse risposte di chi penetra il tessuto sociale della voglia di evasione umana. Una cosa è certa, chi va piano è avvantaggiato, lo slow travelling ti porta più lontano.

Soprattutto in tempi odierni viaggiare fa rima con scappare. Affidandomi ai pensieri di menti illuminate, mi libero subito delle responsabilità di questa affermazione e di eventuali accuse di arroganza sebbene non palesate, perché è molto probabile che vi sentite colti, coinvolti, scomodi e denudati anche voi da quanto sopra scritto. Insomma vedete un po’ di voi in quella affermazione; anche chi sta scrivendo. Il viaggio spesso non nasce da una voglia di scoperta bensì da una voglia di allontanarsi da un qualcosa che rende insoddisfatti. E il viaggio viene confuso, diventa solo un’aggiunta di frustrazioni, non è arricchimento e vero cambiamento. Non è viaggio, anche se vi eravate dipinti da grandi piccoli esploratori vi siete solo spostati più in la. Allora vi propongo di fare un viaggio nei pensieri, non aforismi troppo densi di fulminante significato, di chi l’ha vista più lunga e magari scoprire il vero viaggiatore, quello libero, che è in ognuno.

 

glass-ball-1746506_1920

 

Gli abitanti della città di Eutropia di Italo Calvino si percepiscono come individui che “pattinando sopra il ghiaccio sottile, la nostra speranza di salvezza sta nella velocità”, citando Ralph Waldo Emerson.

 

Entrato nel territorio che ha Eutropia per capitale, il viaggiatore vede non una città ma molte, di eguale grandezza e non dissimili tra loro, sparse per un vasto e ondulato altopiano. Eutropia è non una ma tutte queste città insieme; una sola è abitata, le altre vuote, e questo si fa a turno. Vi dirò ora come. Il giorno in cui gli abitanti di Eutropia si sentono assalire dalla stanchezza, e nessuno sopporta più il suo mestiere, i suoi parenti, la sua casa e la sua vita, i debiti, la gente da salutare o che saluta, allora tutta la cittadinanza decide di spostarsi nella città vicina che è lì ad aspettarli, vuota e come nuova, dove ognuno prenderà un altro mestiere, un’altra moglie, vedrà un altro paesaggio aprendo la finestra, passerà le sere in altri passatempi amicizie maldicenze. Così la loro vita si rinnova di trasloco in trasloco, tra città che per l’esposizione o la pendenza o i corsi d’acqua o i venti si presentano ognuna con qualche differenza dalle altre. Essendo la loro società ordinata senza grandi differenze di ricchezza o di autorità, i passaggi da una funzione all’altra avvengono quasi senza scosse; la varietà è assicurata dalle molteplici incombenze, tali che nello spazio d’una vita raramente uno ritorna a un mestiere che già era stato il suo.

Così la città ripete la sua vita uguale spostandosi in su e in giù sulla sua scacchiera vuota. Gli abitanti tornano a recitare le stesse scene con attori cambiati; ridicono le stesse battute con accenti variamente combinati; spalancano bocche alternate in uguali sbadigli. Sola tra tutte le città dell’impero, Eutropia permane identica a se stessa. Mercurio, dio dei volubili, al quale la città è sacra, fece questo ambiguo miracolo.

Italo Calvino, Le città invisibili.

 

Se il viaggio è solo voglia di evasione, il viaggiatore non è viaggiatore ed appartiene alla “generazione protetta” e dalla facile manomissione chimica del cervello di Chatwin. Il viaggiatore libero viaggia anche quando è nella zona di confort delle sue quattro mura.

 

Neurologi americani hanno fatto l’encefalografia a non pochi viaggiatori. È’ risultato che cambiare ambiente e avvertire il passaggio delle stagioni nel corso dell’anno stimola i ritmi cerebrali e contribuisce a un senso di benessere, di iniziativa e di motivazione vitale.
Monotonia di situazioni e tediosa regolarità di impegni tessono una trama che produce fatica, disturbi nervosi, apatia, disgusto di sé e reazioni violente. Nessuna meraviglia – dunque – se una generazione protetta dal freddo grazie al riscaldamento centrale e dal caldo grazie all’aria condizionata, trasportata su veicoli asettici da un’identica casa o albergo a un altro, sente il bisogno di viaggi mentali o fisici, di pillole stimolanti o sedative, o dei viaggi catartici del sesso, della musica e della danza.


Tutte le nostre attività sono legate all’idea del viaggio. E a me piace pensare che il nostro cervello abbia un sistema informativo che ci da ordini per il cammino, e che qui stia la molla della nostra irrequietezza. L’uomo ha scoperto per tempo di poter spillare tutta questa informazione d’un colpo, manomettendo la chimica del cervello. Di poter volare via in un viaggio illusorio o in un’ascesa immaginaria. Di conseguenza gli stanziali hanno ingenuamente identificato Dio con il vino, con l’hashish o con un fungo allucinatorio; ma di rado i veri vagabondi sono caduti in preda a questa illusione. Le droghe sono veicoli per gente che ha dimenticato come si cammina.

Bruce Chatwin, Anatomia dell’Irrequietezza.

 

Chi è il viaggiatore?

 

Saremmo tentati di rispondere senza indugio: tutti. Ma la storia è lì ad ammonirci che non è vero. Non possono viaggiare i prigionieri, non possono viaggiare i malati, non possono viaggiare, se non a condizione, i bambini, non può viaggiare la moltitudine di quanti sono in qualche modo costretti o impediti. Scopriamo così che il viaggio è una dimensione della libertà: non una libertà astratta quale è quella che alberga in ogni uomo in quanto essere vivente dotato di fantasia. Come tale egli è accreditato di capacità di movimento, e tuttavia, in questa linea di approssimazione ad una semantica specializzata del viaggio, non ogni movimento deve essere considerato viaggio. D’altra parte il movimento fisicamente inteso e orientato continua ad essere un ingrediente indispensabile del viaggio. Così possiamo escludere da un canto che andare a passeggio o recarsi a far spese al vicino mercato sia un “viaggio”; e da un altro che sia “propriamente” un viaggio quello che Francois-Xavier de Maistre annunciava come Viaggio intorno alla mia stanza o quello che si compie andando e riandando “con la mente” a luoghi noti o ignoti ed, oggi, coltivando l’illusione, con le immagini che scorrono comodamente seduti in salotto o al cinema, di vagare per contrade lontane gradevoli o impervie. Possiamo assumere che il viaggio implichi uno spostamento fisico da un luogo “reale” ad un altro. Che non sia troppo vicino in termini di distanza; o che, pur essendo vicino, esiga, per la natura stabile od occasionale del percorso, un tempo non brevissimo, capace di costituire una durata. Che, inoltre, richieda un tasso “normale” di libertà d’azione. Dunque le parole movimento, spazio, tempo, libertà formano il vocabolario elementare della nostra voce. La praticabilità del movimento, dello spazio, del tempo – ossia il contenuto di libertà – del chi è oggi assai aumentata rispetto al passato. E ciò si deve alle strutture e all’ideologia della mobilità che, attuandosi, segnano tappe fondamentali del divenire umano. È cruciale il passaggio dalla comunità alla società come si realizza nell’epoca moderna. Non è un caso che, per tutto il ’600, il viaggio è un topos di grande efficacia retorica. Il viaggio, riservato a persone particolari e ad occasioni altrettanto puntuali nel passato, è diventato più frequente in generale, e, per alcuni, un’abitudine. Così che il viaggio può entrare addirittura nel novero dei “bisogni”. Assistiamo ad una democratizzazione generale del viaggio.

Mario Aldo Toscano, Per una sociologia del viaggio – Note metodologiche. Leggi qui lo studio completo.

 

Le cause che portano a viaggiare per allontanarsi si annidano nei meandri della società attuale e nelle conseguenti mediocrità che non rendono il viaggiatore leggero e libero, ma consumatore di tappe, il più possibile.

 

Nel mondo liquido-moderno la solidità delle cose, così come la solidità dei rapporti umani, tende a essere considerata male, come una minaccia: dopotutto, qualsiasi giuramento di fedeltà e ogni impegno a lungo termine (per non parlare di quelli a tempo indeterminato) sembrano annunciare un futuro gravato da obblighi che limitano la libertà di movimento e riducono la capacità di accettare le opportunità nuove e ancora sconosciute che (inevitabilmente) si presenteranno. La prospettiva di trovarsi invischiati per l’intera durata della vita in qualcosa o in un rapporto non rinegoziabile ci appare decisamente ripugnante e spaventosa.

Zygmunt Bauman, Cose che abbiamo in comune: 44 lettere dal mondo liquido.

 


Quando manca la qualità, si cerca rifugio nella quantità. Quando non c’è niente che duri, è la rapidità del cambiamento che può redimerti.

Zygmunt Bauman, Amore liquido.

 

 

Viaggiare. Non dare una nuova sede alla propria autocommiserazione e mediocrità. Non fuggire, sgattaiolare, dileguarsi, allontanarsi, correre. Già questo lungo articolo è un invito alla lentezza, a prendersi del tempo per acquisire nuove consapevolezze, per viaggiare senza zavorre con il solo peso dello zaino e  del necessario per la propria avventura. Quella lentezza che fa rima con bellezza e che fa viaggiare davvero.

 

 

Logo i love trekking photo story

Condividi il post ♥


Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *